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Roberto bartali.it

La Sinistra extraparlamentare

insieme di giornali della sinistra extraparlamentare

I primi movimenti di estrema sinistra nacquero agli inizi degli anni '60, proprio mentre dopo la caduta del governo Tambroni, si aprirono concrete prospettive di riforma e di allargamento democratico del sistema di potere, e nacquero per iniziativa di nuclei di dissidenti della sinistra comunista e socialista e di intellettuali radicali marxisti che insorsero contro la linea riformista della sinistra storica; così nell'Ottobre '61 uscì il primo numero dei Quaderni Rossi, il 1962 ebbero i natali il primo gruppo Marxista-Leninista ("Viva il leninismo") e la rivista Quaderni piacentini, nel '64 prenderà il via Classe Operaia. L'impulso più profondo ed efficace allo sviluppo della "sinistra rivoluzionaria" venne dalla drammatica contraddizione, interna al PCI, tra politica riformistica e ideologia rivoluzionaria rappresentata dal Marxismo-Leninismo, che non solo informava la cultura e la mentalità dei militanti, ma poneva la propria egemonia sul mondo intellettuale italiano. Una sorta di schizofrenia che sollecitava la ricerca di una via d'uscita nell'estremismo politico e dottrinario. Così alla prassi riformista e al revisionismo dei partiti ufficiali, i movimenti estremistici andavano opponendo un ritorno alla purezza originaria e alla teoria rivoluzionaria di Marx e Lenin, magari riletta ed interpretata attraverso il filtro della Scuola di Francoforte. Anche nello stesso PCI, attorno a Luigi Pintor e Rossana Rossanda, nacque il 23 Giugno del '69 "Il Manifesto", rivista di ricerca politica ma soprattutto di contestazione a sinistra della linea ufficiale; nel Novembre i responsabili del periodico vennero radiati, e il Manifesto, che due anni dopo si trasformerà in un quotidiano, assunse, parallelamente ai caratteri editoriali, le caratteristiche di un piccolo ma agguerrito partito. La sua funzione culturale, prima ancora che politica, sarà quella di affrontare criticamente il ruolo controverso della sinistra italiana interpretandolo al di là delle sue funzioni costituzionali, ma senza mai varcare il fossato della violenza. Accadde poi che quando all'interno del movimento studentesco e non, iniziarono a prendere corpo e voce le diversità di vedute, quando in altre parole emersero all'interno e all'esterno dello stesso movimento altri leader che adottavano per la linea di condotta generale fino ad allora seguita, le variazioni che ritenevano indispensabili per il trionfo delle masse di operai e studenti (dunque per la realizzazione di una società comunista), si formarono vari gruppi, ed anche il movimento studentesco milanese si trasformò in Movimento Studentesco, con la fondamentale differenza che, in un certo senso, il caos si dotò di una forma organizzativa; per altro in quel preciso contesto una forma organizzativa esisteva già in materia di scontri di piazza, ed anzi proprio il Movimento Studentesco capeggiato da Mario Capanna era famoso per l'aggressività del proprio "organizzatissimo" servizio d'ordine, i famosi "Katanga", che non mancherà di menar le mani nel nome dell'antifascismo militante. Impossibile non notare come la carta stampata fu il medium preferito di quella fase di ebollizione teorica che si radicalizzava sempre più verso i temi fondamentali dell'organizzazione rivoluzionaria, ed il rifiuto per i consueti e - per loro - obsoleti mezzi di informazione era proprio alla radice della scelta. In quasi tutti questi gruppi il mito dell'operaio era pari solo a quello della Resistenza, ed il concetto di "autonomia operaia" era di centrale importanza. Come ha specificato Toni Negri: «Autonomia come irriducibilità al capitale e, insieme, come autenticità originaria della classe, che si contrappone ai partiti storici del movimento operaio e ai sindacati, sovrastrutture burocratiche e ideologiche, o addirittura articolazioni dello stato del capitale dentro la classe, subdole istituzioni di controllo e di repressione nei confronti del proletariato rivoluzionario». freccia rossa che punta in alto

Avanguardia Operaia (A.O.)

Avanguardia Operaia - Manifesto

Dall'unificazione di vari gruppi [Avanguardia operaia di Milano, il circolo Rosa Luxemburg di Venezia e quello Lenin di Mestre; Sinistra leninista di Roma di aggregherà ad "A.O." solo nel 1970] nel 1968 nacque a Milano l'organizzazione comunista Avanguardia Operaia, ed nel Dicembre dello stesso anni uscì il primo numero dell'omonima rivista. A.O. fu uno dei gruppi più solidi dal punto di vista organizzativo, e dei più avanzati dal punto di vista dell'elaborazione teorica. Si proponeva di creare il "Partito rivoluzionario Marxista-Leninista", ma riconosceva che il processo non poteva essere che graduale. Criticava la frantumazione della sinistra rivoluzionaria, che aveva impedito di « trovare una via rivoluzionaria alternativa in grado di portare le masse al potere », e sosteneva anche la necessità di un coordinamento a livello internazionale. Nella sua analisi della situazione italiana, A.O. descriveva come «profondamente autoritaria, anti-operaia e repressiva, anche se ammantata di rispettabilità democratica per ingannare i lavoratori» la nuova maggioranza con il P.C.I. alla quale alcune forze politiche stavano lavorando. Qualora fosse risultato impossibile giungere a tale alleanza politica, A.O. sosteneva che sarebbe stato assai probabile, con l'aiuto dell'imperialismo americano, un drastico spostamento a destra se non addirittura un'operazione di tipo greco (il riferimento era ovviamente rivolto al golpe attuato dai Colonnelli in Grecia nel '67). Avanguardia Operaia è stato anche il gruppo che, forse più di altri, poteva vantare legami con le lotte operaie, non soltanto perché molti dei suoi militanti erano operai e avevano partecipato alle lotte in fabbrica ancor prima di confluire in A.O., ma anche e soprattutto grazie al suo collegamento con i C.u.b., Comitati Unitari di Base, che Avanguardia Operaia di fatto egemonizzava. In ogni caso, il gruppo non ha mai teorizzato nè attuato concretamente sanguinosi atti di terrorismo, ed il suo contributo di violenza si è limitato alla "prassi" degli scontri di piazza. Ad indicare questa strada vanno anche le recenti affermazioni del Generale Maletti, ex capo dell'Uffico D del Sid: «Che io sappia infiltrammo il gruppo extraparlamentare di Avanguardia operaia. Un carabiniere molto efficiente ci resocontò alcuni progetti dell'organizzazione. Roba da poco: al massimo pensavano di prendere a colpi di biglie i carabinieri». freccia rossa che punta in alto

Lotta Continua (l.c.)

Lotta Continua - manifesto

Comunque, di questi gruppi, Lotta Continua fu senz'altro il più significativo e, forse, quello destinato - nel decennio '68/'78 - a lasciare il solco più profondo. Lotta Continua nacque nel 1969 dalle ceneri de "Il Potere Operaio" di Pisa su iniziativa di quello che poi diventerà il suo leader indiscusso, Adriano Sofri. Per comprendere meglio la figura di Sofri si può fare riferimento a due cose in particolare. La prima è senza dubbio la clamorosa contestazione che un Sofri, allora ventiduenne, fece nel 1963 a Palmiro Togliatti durante un incontro alla Normale di Pisa, quando all'affermazione fatta dal leader comunista su come fosse stato difficile far capire ai generali americani che il PCI non voleva la rivoluzione, rispose con tagliente sarcasmo: «eh si, bisogna essere proprio dei generali americani per credere che il PCI voglia la rivoluzione...». Il secondo particolare da considerare riguardo al fondatore di LC è la sua critica al leninismo, in relazione al fatto che le masse non avessero - secondo lui - nessun bisogno di essere guidate, ma dovessero essere esse stesse a fare la rivoluzione; detto per inciso, la differenza era che Lenin diceva «bisogna porsi alla testa delle masse», mentre Sofri ribatteva «bisogna essere la testa delle masse», in aperto conflitto dunque con l'idea del "partito guida". Non è però facile definire il pensiero e la linea politica di questo così come di altri gruppi, proprio perché spesso è difficilissimo cogliere le sottili differenze ideologiche o strategiche che tra essi intercorrevano; forse un po' grossolanamente si può affermare che LC, almeno nei suoi primi anni, fu il più libertario, fantasioso e anarcoide dei gruppi, quello più fedele alla scintilla movimentista e spontaneista del '68, quello più allergico all'idea della burocrazia, anche se poi in partito - con un capo, una segreteria e tante sezioni locali soprattutto al sud - alla fine si strutturò. Come molte altre organizzazioni extraparlamentari, sosteneva che il sistema democratico-borghese si stava sempre più venando di fascismo [forte quanto irriverente la sua battaglia contro il governo Fanfani e la sua linea politica ribattezzata "Fanfascismo"], che il vero pericolo di una dittatura di destra non veniva dal MSI o da settori golpisti dell'esercito, quanto dalla trasformazione in senso sempre più autoritario del capitalismo e dei partiti di governo. Rilevante fu l'attenzione rivolta alle carceri: «I numerosi militanti che vengono rinchiusi in prigione hanno modo di conoscere il mondo dei detenuti e di comprendere le potenzialità rivoluzionarie che questo strato istituzionalmente emarginato è in grado di esprimere». Il carcere è dunque visto come scuola di rivoluzione, ed i militanti di LC che in quel periodo venivano - non di rado - incarcerati finivano spesso per capeggiare rivolte e politicizzare i detenuti. Venne anche istituita una "commissione carceri" che, alla fine del '70, con lo slogan "liberare tutti", iniziò a stabilire una serie di collegamenti con i detenuti più disponibili alla lotta di classe. Dal giugno '71, il giornale iniziò anche ad ospitare sulle sue pagine una rubrica, "i dannati della terra", che dette voce in maniera significativa ai detenuti e alle loro richieste. Col passare del tempo e l'affievolirsi delle lotte in fabbrica (da sempre in cima ai pensieri di Sofri), le iniziative di Lotta continua si orientarono verso gli strati più oppressi ed emarginati. Seguendo questa tendenza, LC continua fu l'unica formazione della sinistra, parlamentare ed extraparlamentare, che, sulla rivolta di Reggio Calabria, non espresse trancianti giudizi di sussulti reazionari e qualunquistici, ma anzi affermò che "Reggio è stata una grande vittoria della spontaneità e la definitiva sconfitta dello spontaneismo", e che era palese che la Destra aveva avuto il merito di farsi trovare pronta a cavalcare la tigre della protesta popolare. Per LC la violenza delle masse era la risposta naturale a quella che considerava violenza interna, ontologica del sistema borghese; fu così protagonista di innumerevoli scontri nelle piazze con la polizia, ed il suo servizio d'ordine è ricordato come uno dei più violenti e spietati. Resta però il fatto che, a parte l'omicidio del commissario Luigi Calabresi, per il quale le condanne hanno colpito i vertici di Lotta Continua (Sofri e Pietrostefani in particolare), al gruppo non sono mai stati direttamente attribuiti episodi di terrorismo. Eppure non ci si può esimere dall'affermare che l'apporto di LC alla genesi del terrorismo fu determinante; e non si tratta solo degli slogan truculenti, dell'esaltazione e della pratica dello scontro di piazza, della teorizzazione alla lotta armata rivoluzionaria [anche se di lunga durata e non mediante l'azione di gruppi militari di "avanguardia" come ipotizzato dalle Brigate Rosse]. Il gruppo diede un suo sostanziale contributo alla cultura della violenza esercitando, tramite l'omonimo giornale, una potente ed efficace suggestione su migliaia di giovani. Lotta Continua prenderà quasi subito le distanze degli episodi di terrorismo - approvati invece apertamente da Potere Operaio - e non si pose mai come organizzazione politico-militare, come partito armato, pur rimanendo fedele al suo estremismo. In verità al convegno nazionale tenutosi a Rimini nell'Aprile '72, anche Lotta Continua scelse la linea della militarizzazione per "preparare il movimento ad uno scontro generalizzato, con un programma politico che ha come avversario lo Stato e come strumento l'esercizio della violenza rivoluzionaria, di massa e d'avanguardia", ma per onor del vero va detto che LC farà presto marcia indietro lasciando cadere l'idea della lotta armata come strumento politico. Anche da questa contraddizione alcuni militanti di LC presero lo spunto per lasciare il gruppo e dar vita ai N.A.P. (Nuclei Armati Proletari); altri intrapresero la via della lotta armata in un secondo momento, magari dopo il - forse troppo brusco - scioglimento della stessa Lotta Continua, avvenuto nel 1976. È da rilevare in ogni caso che quegli spezzoni dei servizi d'ordine (è il caso soprattutto della sezione di Sesto San Giovanni) che vollero passare agli atti di terrorismo, ruppero ufficialmente con LC per confluire in altri gruppi [come quello che sfilava dietro lo striscione "Senza Tregua" e che riusciva a portare circa 10 mila persone in piazza]. Il caso più eclatante, appunto, riguarda senza dubbio il sanguinario gruppo di "Prima Linea", mentre scarso sarà l'apporto di militanti verso le BR. Impossibile non far menzione alla particolare conclusione dell'avventura rivoluzionaria di Lotta Continua: rileggendo gli interventi al congresso finale di Rimini ci si accorge infatti che, oltre alla cocente delusione per i risultati delle elezioni politiche (cui il gruppo aveva partecipato sotto la sigla "Democrazia Proletaria" prendendo nemmeno 500 mila voti ed eleggendo un solo parlamentare) ed al naturale affievolirsi delle lotte operaie, ad incidere profondamente sullo scioglimento di LC sarà il contrasto durissimo tra le femministe e la restante parte (quella maschile), del tutto impreparata a questo nuovo tipo di conflittualità. Sofri decise di fare ciò che gli sembrava più logico, cioè sciogliere il gruppo (anche se il giornale rimase in attività ancora per degli anni). Migliaia di giovani si trovarono all'improvviso allo sbando, senza punti di riferimento, facendo le scelte più disparate [e disperate...]. torna ad inizio testo

Potere Operaio

manifesto del Potere Opeario

Altro gruppo da citare è Potere Operaio, un'organizzazione nazionale presente nei principali centri, specie del centro-nord che annoverava migliaia di militanti nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università e nei quartieri. Oltre al lato numerico, la forza di POTOP (come veniva chiamata) stava in un gruppo dirigente formato da persone culturalmente preparate e dotate di una notevole capacità d'elaborazione ideologica, in grado quindi di diffondere e radicare, mediante un'intensa attività pubblicistica e propagandistica, idee rivoluzionarie. A capo dell'organizzazione vi era di fatto un triunvirato composto dal professor Franco Piperno, da Oreste Scalzone (già leader del movimento studentesco romano) e Toni Negri (docente universitario a Padova, considerato l'ideologo del gruppo), tutti in seguito venuti alla ribalta grazie alle cronache giudiziarie (il cd processo "7 Aprile"). Nelle lotte dell'autunno '69, Potere Operaio tenta di far saltare le piattaforme sindacali, estremizzando le rivendicazioni, proponendo il concetto rivoluzionario di salario svincolato dalla produttività, il rifiuto del lavoro come esigenza dell'uomo, ma dopo la firma dei primi contratti, che POTOP non esitò a definire "contratti bidone", la parola d'ordine diventa una sola: «Tutto e subito». Le lotte, questa è l'indicazione del giornale, devono essere "lotte dure", nelle fabbriche (con scioperi, sabotaggi ecc) come nei quartieri (con le occupazioni delle case, il rifiuto a pagare bollette e i biglietti di tram o metropolitana). Alla tregua sindacale che segue la firma dei contratti POTOP, dunque, risponde alzando il livello dello scontro. "Compagni, non rispettiamo la tregua", titola il giornale del 27 dicembre. Molte delle riflessioni che compaiono sul giornale "Potere Operaio" dopo l'autunno caldo, testimoniano la pressante richiesta di una nuova forma organizzativa sul modello classico dei partiti «poiché la lotta in atto è una lotta per il potere», si leggeva sul giornale. POTOP fu un gruppo violento, di questo loro stessi non fecero mai mistero, tant'è che già agli inizi sul loro giornale si leggeva: «Organizzando la nostra violenza possiamo avere tutto quello che vogliamo [...] l'unica soluzione è la violenza aperta»; in più, sempre sul giornale, venivano pubblicati i "bollettini ufficiali delle lotte", con un resoconto dettagliato delle azioni terroristiche definite come «primi passi della lunga marcia che si concluderà con l'eliminazione fisica, oltre che dei servi in borghese e in divisa, di chi li usa, li paga e li protegge». Il gruppo di Piperno, Scalzone e Negri si orientò nella teorizzazione ed organizzazione della "illegalità di massa" intesa come strumento che serve a radicare nelle masse la coscienza e la pratica della lotta armata, ma «non è vero - si legge in un altro documento di Potere Operaio del '71 - che la violenza va bene solo quando è "di massa" [...] la violenza del partito, la violenza di cui oggi la classe degli operai e dei proletari ha bisogno, è una violenza preordinata, comandata, specifica, il cui carattere di massa sta nella capacità di esprimere e di dare una risposta a un bisogno reale, a una necessità politica e organizzativa dell'intero movimento rivoluzionario di classe. Oggi lo scontro fra le classi è arrivato a un punto che il compito di disorganizzare politicamente e militarmente lo Stato borghese è un compito all'ordine del giorno». Ma l'insurrezione, teorizzata soprattutto sotto la segreteria politica di Piperno, non avvenne ed il gruppo si trovò sempre più isolato, soprattutto dopo la tragedia passata alla storia come il "rogo di Primavalle" di cui vennero incolpati 3 membri di PotOp. Le scarse prospettive e soprattutto le divisioni interne al gruppo tra la linea di Negri e quella di Piperno portarono alla fine dell'esperienza politica del gruppo. Il congresso di Rosolina a mare (31 maggio-3 giugno 1973) decretò la fine di POTOP. In un numero speciale del giornale che uscì in novembre, dal titolo "Ricominciare da capo non significa tornare indietro", si dava conto della confluenza nell'Autonomia operaia organizzata e delle ragioni: «Solo una direzione operaia diretta ed immediata, può oggi ricongiungere autonomia e rifiuto del lavoro [...]. Operai e capitale, classe e partito; autonomia e rifiuto del lavoro, appropriazione e militarizzazione: questi sono i temi su cui si prova la maturità della direzione di classe operaia. Il loro legame è dialettico, e cioè unitario e articolato; solo una direzione operaia centralizzata può dominare questa articolazione ed imporre questa unità [...]. La crescita della direzione delle lotte e dell'organizzazione ha dissolto le istanze organizzative dei gruppi. Parte dei compagni che oggi sottoscrivono questo ultimo numero di Potere Operaio ne hanno vissuta l'intera vicenda [...]. Ma ora i compagni debbono di nuovo, come sempre hanno fatto, confrontare gli esiti della loro esperienza con le esigenze dell'organizzazione operaia e col processo della sua crescita: con determinazione, senza timidezza, senza rimorsi ognuno deve decidere da che parte stare. Noi abbiamo scelto l'autonomia organizzata e la direzione operaia». Lo scioglimento di Potere Operaio e, più in generale, la sua storia, hanno dato luogo a diverse analisi, in sede giudiziaria e in sede storica, riguardo la struttura e le finalità del gruppo. Il 7 aprile 1979, il giudice di Padova Pietro Calogero emanò numerosi mandati di cattura nei confronti dei leader dell'ex Potere Operaio ma anche di ex militanti. Tra gli arrestati tutto il gruppo dirigente compresi Oreste Scalzone e Toni Negri, indicato quest'ultimo dagli inquirenti come il "numero uno" e a cui vennero contestati, tra le altre cose, la strage di via Fani, il sequestro e l'uccisione di Moro. L'accusa per tutti era di associazione sovversiva e banda armata. Dato di fatto indiscutibile, tanto per portare un esempio, è che il duo composto da Mario Morucci e Adriana Faranda, che ebbero un ruolo di rilievo durante i 55 giorni del rapimento Moro, provenivano proprio dalle file del disciolto POTOP (Morucci era a capo del cd "Lavoro Illegale"), e non si dimentichi che nella conferenza nazionale di Roma del '71, proprio Pot. Op. deliberava tra le altre cose che: «il partito armato è immediatamente all'ordine del giorno», dunque la linea insurrezionalista era proclamata apertamente e formalizzata. Come già sostenuto da D. della Porta, la spirale della violenza, favorita inoltre dalla "autonomizzazione" dei servizi d'ordine, si avvitò ancora di più con l'apporto delle frazioni più radicali che si staccarono da POTOP [ed. LC], formando, nella seconda metà degli anni '70, nuove e più potenti organizzazioni terroristiche o, in alcuni casi, andando a rinvigorire le fila delle BR. La cosa che comunque in questa sede preme è porre l'accento sul fato che il giornale Potere Operaio, organo legale di un movimento legale, pubblicò nel tempo documenti delle organizzazioni clandestine della lotta armata (BR e GAP, con il cui fondatore Feltrinelli i contatti erano costanti anche se le analisi politiche erano divergenti) senza conseguenze giudiziarie, ponendo subito il problema del rapporto tra questa organizzazione e il c.d. partito armato; per altro non sono pochi a sostenere che l'organizzazione capeggiata dal Prof. Negri si fosse - quasi da subito - dotata di una struttura militare clandestina parallela a quella ufficiale, ed anzi c'è addirittura chi, come Giorgio Galli nel suo "Il Partito Armato", sostiene che Potere Operaio si spartì con le Br i resti dell'organizzazione logistica dei GAP di Feltrinelli dopo la strana morte di quest'ultimo. Galli - a tale proposito - afferma infatti che sotto la sigla F.A.R.O. (Fronte Armato Rivoluzionario Organizzato) non si nascondeva altro che la struttura clandestina armata di POTOP, posta sotto la diretta responsabilità dei suoi dirigenti. Il senatore Leo Valiani, nel suo saggio sul terrorismo, afferma addirittura che: «Il terrorismo sarebbe rimasto un fenomeno assai circoscritto se Pot. Op. non avesse organizzato una rete militare clandestina, non avesse gettato nel campo della lotta armata il peso decisivo di un'organizzazione estesa in tutto il paese e forte di migliaia di militanti [...]»; da questa matrice, specie dopo la metamorfosi di Pot. Op. nell'Autonomia Operaia Organizzata, si sviluppò gran parte delle strutture in cui si è articolato il fronte eversivo, il tessuto che alimentò e sorresse le Br. Queste le parole di Piperno tratte dal suo intervento in Commissione Stragi del 18 Maggio 2000: «Potere operaio è stato un gruppo politico che aveva - come del resto dice il nome - una sorta di filosofia politica operaista e quindi era portatore di un progetto politico di tipo pubblico e di massa.
Rosso, rivista dell'Autonomia Operaia - Copertina Da questo punto di vista ci siamo subito trovati in contrasto con le Brigate rosse che, peraltro, hanno una genesi quasi contemporanea alla nostra. Benché non si chiamassero fin dall'inizio BR, esistevano già a partire dalla fine del 1968-'69 con altre denominazioni e con una strategia che definirei, almeno per quanto riguarda gli inizi, di tipo castrista-guevarista, in cui si mescolavano tonalità che potrei definire populiste e cristiane nello stesso tempo. Quindi, dal punto di vista della filosofia politica o più modestamente del pensiero politico, la cosa più lontana dalle tradizioni alle quali noi ci richiamavamo, vale a dire quelle dell'anarco-sindacalismo francese e italiano. Mi riferisco agli ideali dell'inizio del secolo, al socialismo francese della fine degli anni quaranta e ai Quaderni Rossi, quindi a testi e approfondimenti relativi a problematiche lontanissime dall'impostazione delle BR. Tuttavia riconosco che vi è stata sempre una certa osmosi tra i gruppi della sinistra. E' anche possibile che fin dall'inizio vi fossero dei militanti che passavano da una posizione ad un'altra». Termino il discorso su Pot. Op. citando quanto affermato da un attento osservatore come Giorgio Bocca, secondo il quale «Ogni quattro attivisti di Potere Operaio, due erano infiltrati della DIGOS...». Come sappiamo, i contatti tra i "professorini" (come Moretti usava chiamare Piperno & soci) ed il duo Morucci-Faranda continueranno durante i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro, ed anche attraverso la loro voce i leader dell'Autonomia facevano sentire tutta la loro contrarietà all'omicidio del leader DC. C'è chi poi chi si spinge più in là, chi arriva ad ipotizzare che Morucci fosse una vera e propria 5° colonna dei leader Autonomia all'interno delle Br da utilizzare per condizionarne l'operato. torna ad inizio testo

Collettivo Politico Metropolitano (CPM)

Ultimo gruppo organizzato del quale è necessario parlare, nonostante che la sua sia stata una breve esistenza e che non è qualitativamente né quantitativamente paragonabile con i gruppi precedenti, è il Collettivo Politico Metropolitano (CPM). E' però al suo interno che militava il futuro 'Nucleo Storico' delle Br, è dunque quasi obbligatorio parlarne. Su di esso in un rapporto dell'allora prefetto di Milano Libero Mazza al Ministro degli Interni si leggeva: «Altro gruppo di esclusiva cittadinanza milanese è il CPM, sorto nel dicembre '69 per iniziativa di alcuni appartenenti a gruppi della sinistra extraparlamentare, con lo scopo di costituire un organismo di militanti attivi di base [...] per contribuire alla crescita politica delle masse e alla trasformazione dello scontro in lotta sociale generalizzata». Ma l'importanza del CPM appare palese nell'ultimo capoverso del rapporto, allorché vi si leggeva: «Al dichiarato scopo di promuovere l'autonomia operaia rispetto alle organizzazioni politico-sindacali, il gruppo ha recentemente annunciato la formazione di nuclei denominati Brigate Rosse da inserire nelle fabbriche». Data la particolare rilevanza del CPM, è bene ripetere che le lotte studentesche del '68 non erano per niente passate senza lasciar traccia; nelle fabbriche la spontaneità operaia aveva colto di sorpresa le organizzazioni tradizionali, così in numerosi stabilimenti industriali si erano creati gruppi di studio o collettivi che ponevano in evidenza nei loro programmi il problema dell'organizzazione e dell'autonomia operia anche al difuori delle fabbriche. Così il Collettivo Politico Metropolitano era nato proprio come punto di fusione delle diverse esperienze dei vari CUB (comitati unitari di base) della Pirelli, dei Gruppi di studio della Sit-Siemens e dell'IBM, dei Gruppi autonomi dell'Alfa Romeo e della Magneti Marelli, del Movimento Studentesco, dei collettivi operai-studenti, per il "superamento dello spontaneismo e costruzione del processo rivoluzionario", come titolava lo stesso documento d'esordio del gruppo. Il CPM - si asseriva nel testo - aveva come carattere essenziale una natura transitoria, poiché non si poneva come organizzazione rivoluzionaria ma come momento di mediazione - elastico e dinamico - preliminare e necessario alla sua costruzione. Nei suoi documenti, tra i quali una rivista titolata Sinistra Proletaria, si leggeva tra l'altro: «Non è con le armi della critica e della chiarificazione che si intaccano la corazza del potere capitalistico e le croste della falsa coscienza delle masse [...] lo scontro violento è ormai una necessità intrinseca, necessaria, sistematica e continua dello scontro di classe». Il CPM diventò rapidamente - soprattutto a Milano - un organismo di massa presente in decine di fabbriche, scuole e con un buon radicamento nei quartieri popolari; veniva in particolare visto con simpatia e interesse dall'area dei militanti di Potere Operaio che in esso - pur nella differenza - individuavano un esempio realizzato di organismo dell'autonomia operaia.
"Nel calderone del CPM (scriverà Curcio) nessuno cercava una definizione ideologica unitaria, ma ognuno portava il proprio bagaglio ideologico-culturale accumulato negli anni precedenti". C'erano dunque operai, studenti, cattolici del dissenso, tecnici arrabbiati, tutti accumunati da un comune sentire per le lotte sociali che si erano sviluppate.
Il problema della lotta armata e dell'entrata in clandestinità venne per la prima volta discusso apertamente in un convegno tenuto dal gruppo all'Hotel Stella Maris di Chiavari nel Dicembre '69, e nel documento finale si affermò che la lunga marcia rivoluzionaria nella metropoli, la lotta popolare violenta e generalizzata, era l'unica risposta adeguata alla repressione attuata dalla borghesia. Comunque, come affermato anche da Alberto Franceschini, in quella sede la possibilità di passare alla lotta armata venne presa in esame ma considerata improponibile, almeno nell'immediato futuro. È da tenere presente, anche grazie ad alcune testimonianze dirette, che l'ultimo giorno del convegno di Chiavari venne interrotto dai partecipanti quando questi si accorsero di essere tenuti sotto controllo da alcuni agenti della DIGOS, la quale conosceva esattamente i nomi di tutti gli appartenenti al CPM, nomi tra i quali spiccavano quelli di Renato Curcio e della compagna Margherita "Mara" Cagol, Mario Moretti e del già citato Alberto Franceschini, tutti componenti del futuro "nucleo storico" delle Brigate Rosse. L'anima politico-militare del gruppo si rafforzò invece a partire dai primi mesi del '70; al cambiamento di rotta non sono certamente estranei né i fatti di Piazza Fontana e di Pinelli, né l'incriminazione dell'anarchico Valpreda, né tantomeno il fatto che Feltrinelli avesse costituito i GAP (gruppi di azione partigiana) e dalle parole fosse passato all'azione, e che alcuni 'compagni' di Genova avessero annunciato di aver costituito il gruppo "XXII Ottobre", con un preciso programma di lotta armata. Nell'Agosto del '70 ci fu un altro incontro, e un centinaio di militanti si riunì per tre giorni a Pecorile, vicino a Reggio Emilia; nella loro relazione Renato Curcio e Corrado Simioni affermarono che era necessario formare un'avanguardia interna al movimento operaio e che questa avrebbe dovuto essere in grado di coniugare la politica con la «guerra». Si parlò di esplicitamente di guerriglia, e la "giungla" fu individuata in Milano, «vetrina dell'impero». Il CPM mutò in Sinistra Proletaria, dotandosi di un giornale ad uscita saltuaria, ed è proprio nell'ultimo numero di Sinistra proletaria (Gennaio '71) che gli eventi successivi appaiono del tutto scontati anche ad un lettore distratto: si proclamava, infatti, ufficialmente la «necessità di radicare nelle masse proletarie in lotta il principio non si ha potere politico se non si ha potere militare, per educare, attraverso la lotta partigiana, la sinistra proletaria e rivoluzionaria alla resistenza, alla lotta armata»; ed il naturale sviluppo del gruppo era evidentemente proprio l'entrata nella clandestinità. Il passaggio 'dalle armi della critica alla critica delle armi' era cosa fatta. La cosa si verificò però in modi ed in tempi differenti a seconda delle persone. torna ad inizio testo

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